«La legge sul “fine vita” ponga dei confini ma non pretenda di regolare tutto», Il Foglio, 23.09.2009
«È preferibile e ancora possibile cambiare strada, non fare una legge che costringa i parlamentari e gli italiani a scontrarsi su ciò che più li divide, ma che consenta agli uni e agli altri di accordarsi su ciò che maggiormente li accomuna e umanamente li affratella: la persuasione che il rapporto con la malattia, con le cure e con la morte (la propria e quella dei propri cari) appartenga a uno spazio personale di cui la legge può prudentemente fissare i confini “esterni”, ma non i contenuti “interni”, che sono interamente affidati alle relazioni morali e professionali che legano il malato al suo medico e ai congiunti. […] L’iper-regolamentazione giuridica del “fine vita” non contrasta solo con il senso di giustizia, ma con il senso di realtà. L’infinita e drammatica casistica materiale e morale che emerge nelle relazioni di cura non può essere infilata a forza di una legge fatta di norme astratte e generali. L’equilibrio e il senso della misura spingono al contrario verso una soft law, che ribadisca con chiarezza il no all’eutanasia e all’accanimento terapeutico, e che per il resto istituisca una sorta di riserva deontologica sulla materia del “fine vita”, demandando al rapporto tra i pazienti, i loro familiari e fiduciari e i medici – nel rispetto dei principi del codice di deontologia medica, delle norme civili e penali e del dettato costituzionale – la decisione in ordine a ogni scelta di cura.»
«La zona grigia tra vita e morte», Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 30.09.2009
«A febbraio, deplorando la politicizzazione del tema che il caso Englaro aveva provocato, chi scrive si espresse sul Corriere (9 e 23 febbraio) a favore del mantenimento di una “zona grigia” da preservare contro le intrusioni dello Stato. […] Il problema è evitare “l’iper-regolamentazione giuridica”. […] C’è però una possibile obiezione. L’ha formulata l’on. Alfredo Mantovano, sostenitore dell’attuale testo di legge. Dice Mantovano (sul Foglio, 25 settembre): attenzione, il caso Englaro è nato da sentenze della magistratura, ideologicamente orientate, che forzavano le leggi vigenti nella direzione dell’eutanasia. Lasciare discrezionalità e decisione ai medici e ai familiari significa, in realtà, rimettere nelle mani dei giudici le scelte ultime in tema di vita e morte. Se non vogliamo che siano i giudici a decidere, deve essere il Parlamento a farlo. La preoccupazione di Mantovano è legittima. Osservo però che egli manifesta una eccessiva sfiducia nella capacità di auto-organizzazione della società (riferita in questo caso, al rapporto fra medici e pazienti). Il ricorso al giudice ci sarebbe solo nelle situazioni in cui quella capacità di autorganizzazione venisse meno. […] Che poi ci siano settori della magistratura che spesso pretendono di legiferare sostituendosi al Parlamento è vero ma è un problema generale, che di sicuro non riguarda solo la questione del fine vita.»
«Il testamento senza volontà», Giovanni Sartori, Corriere della Sera, 16.09.2009
«Come è ovvio, i miei diritti di libertà sono limitati e delimitati dai diritti di libertà degli altri. Cioè, io sono libero finchè non invado e danneggio la libertà altrui. E viceversa. L’unica eccezione, l’unico diritto di libertà assoluto, che spetta a me perché è soltanto “solitario”, è il mio diritto di morire (di morte naturale) come scelgo. Pertanto la novità, l’inedito, è che si vuole persino negare la libertà di morire senza inutili sofferenze e prolungate agonie. Sia chiaro: questa imposizione, questa illibertà esisterebbe solo da noi. Dal che ricavo che il testamento biologico “alla Vaticana” dovrebbe essere rispedito al mittente. Libera Chiesa nel suo libero Stato. Aggiungi che la partita non è – come ha ben precisato Massimo Salvadori – tra cattolici e laici. È, piuttosto, tra un rinato sanfedismo, un fideismo che acceca la ragione e, dall’altro lato, tutte le persone, laiche o cattoliche che siano, che vogliono decidere da sé sulla propria sorte, o, se si vuole, malasorte.»
Commento
Il 23 settembre una ventina di deputati del Pdl in linea con le posizioni del presidente della Camera Gianfranco Fini hanno inviato al Foglio una lettera, rivolta al presidente del Consiglio per chiedere che il disegno di legge Calabrò sul “fine vita”, preparato da deputati e senatori di maggioranza e opposizione in seguito alla morte di Eluana Englaro, venga riesaminato. Il ddl, infatti, dovrà essere votato a breve alla Camera, dopo l’approvazione a maggioranza raggiunta al Senato. La lettera ha contribuito a riaccendere il dibattito – e le polemiche – sul tema controverso del “fine vita”. Gli estensori chiedono al premier delle modifiche sostanziali che evitino la presunta “iper-regolamentazione giuridica” di cui la maggioranza sarebbe artefice, in una materia così delicata e dove i casi sono troppo diversi per poterli risolvere con una sola legge. La legge dovrebbe limitarsi a determinare i “limiti esterni”, ma non i “contenuti interni” sul “fine vita”. È l’ipotesi che anche Panebianco prospetta sul Corriere della Sera con la cosiddetta “zona grigia”, dove lo Stato non dovrebbe ficcare il naso. Perciò casi come quello della Englaro (stato vegetativo) dovrebbero essere risolti nell’ambito relazionale costituito da malato, medico, famiglia e fiduciari.
In realtà, la “zona grigia” invocata altro non è che il vuoto legislativo necessario a introdurre nell’ordinamento italiano l’eutanasia attiva. A nulla vale, infatti, la tutela di una “zona grigia” con il riconoscimento della dimensione relazionale senza che sia fatta chiarezza sui limiti della “disponibilità” della vita dell’assistito. Il ddl si propone, come chiedono i firmatari, esattamente come una sorta di argine all’intervento dello Stato, per evitare che singoli magistrati agiscano in maniera “creativa” e indipendente dalla volontà popolare espressa attraverso il parlamento, come è accaduto nel caso Englaro. Il disegno di legge Calabrò pone dei limiti, dei paletti, riconoscendo e tutelando la vita umana, vietando ogni forma di eutanasia, specificando che l’alimentazione non è una terapia, che lo stato vegetativo non è malattia ma piuttosto grave disabilità, preservando realmente la “zona grigia” dall’intervento dello Stato e lasciando le decisioni all’alleanza medico-paziente. Forse è questo che non è tollerabile.
I “finiani” farebbero meglio a parlar chiaro, non in “politichese”, ma con le parole di Sartori nel citato articolo: quello che vogliono è l’autodeterminazione spinta all’estremo, l’eutanasia come “diritto assoluto”. Che poi la lettera rientri in un disegno più vasto volto a ritagliarsi uno spazio di autonomia dal Pdl, distaccandosi dai cattolici, per garantirsi un ruolo di primo piano in scenari politici post-berlusconiani è un elemento che non si può certo trascurare… Chi vivrà vedrà!
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