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Rassegna stampa Clu dal 10 novembre al 24 novembre 2008

Eluana c’è


«Per la Cassazione far morire è “affare privato”», Marta Cartabia, Avvenire, 20.11.2008
«L’ultima e definitiva decisione della Corte di cassazione a sezioni unite del 13 novembre scorso sul caso Englaro è una decisione di tipo procedurale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, perché il soggetto che l’ha proposto – il Pubblico Ministero presso la corte di appello di Milano – non aveva titolo per farlo, a giudizio della Suprema Corte. Un vizio di procedura, dunque, è quello che conduce all’irrevocabile decisione di sospendere l’alimentazione, affinché Eluana Englaro muoia».

«I fatti, signori, sono più resistenti di ogni idea», Roberto Colombo, Avvenire, 16.11.2008
«La imprevedibile tenacia della vita di una giovane donna che, nonostante tutto e tutti, continua la sua esistenza in una clinica di Lecco, sta portando alla luce tutta la debolezza del pensiero di chi si compiace più dell’idea che si è costruito della realtà che non della realtà stessa. Ma la realtà è ostinata, non si piega al preconcetto: “I fatti – diceva Norberto Bobbio – sono più resistenti di ogni idea”. E il fatto quotidianamente più incisivo del mondo è la vita che Dio dona all’uomo. […] Sebbene non sia possibile applicare loro dei test psicofisiologici diretti, è ancora una volta la scienza sperimentale a offrirci preziose indicazioni che non consentono di escludere, con quell’apodittica certezza che caratterizza talune affermazioni in proposito, la presenza di una coscienza di sé, nella forma di una consapevolezza, incomunicabile e intermittente, dell’esistere, delle relazioni spazio-temporali e delle sensazioni interne ed esterne, incluse quelle nocicettive».

«Le suore di Lecco: “Se per gli altri è morta, lasciatela a noi”», Caterina Maniaci, Libero, 15.11.2008
«Ma su ogni voce spicca l’accorato appello delle suore Misericordine di Lecco che accudiscono Eluana nella clinica “Beato Luigi Talamoni” […] “L’amore e la dedizione per Eluana e per tutti coloro che si affidano alle nostre cure […] ci portano ad invocare il signore Gesù affinché la speranza prevalga anche in questa ora difficile, in cui sperare sembra impossibile”. E chiedono: “Se c’è chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva. Non chiediamo nulla in cambio, se non il silenzio e la libertà di amare e donarci a chi è debole, piccolo e povero”».

Commento
La Corte di Cassazione ha chiuso la vicenda di Eluana Englaro dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero presso la Corte di appello di Milano per un vizio procedurale: quello della vita non sarebbe un interesse pubblico, ma solo privato. Dal punto di vista della sentenza che consente di mettere a morte Eluana Englaro evidenti sono i fattori contraddittori, a partire dalla presunta ricostruzione della volontà della protagonista sulla base di testimonianze interpretate ad arte.
L’altro tema utilizzato a supporto della decisione di sospendere l’alimentazione è quello relativo allo stato vegetativo. Le ricerche scientifiche più recenti, alle quali in altri casi ci si appella così volentieri, orientano sotto questo profilo a una ragionevole prudenza: non si può affermare che Eluana, e chiunque si trovi in condizioni analoghe, non senta dolore e non abbia un certo livello di coscienza.
Ma, se il problema fosse la dignità della vita, chi stabilisce quale è la vita che vale la pena di essere vissuta? Un giudice? Un medico? Con quale presunzione o diritto?
La prima evidenza è che Eluana vive: respira autonomamente, dorme e si sveglia, viene solo nutrita come una qualunque disabile. Il primo fattore con cui la ragione è chiamata a fare i conti è che la vita di Eluana c’è e non è proprietà di nessuno. La vita è data. C’è qualcuno che tiene conto di questo? Sì, le suore che in questi anni l’hanno accudita e sono ancora disposte a farlo, senza limiti o scadenze. Il loro non è un gesto pietistico o filantropico, “umanitario”, come anche si dice: è il riconoscimento amoroso di un dato, in cui dimostra un uso pieno della ragione e una gratuità di affezione al destino dell’altro. È questo il modo in cui da duemila anni il cristianesimo fa breccia nella storia degli uomini.
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